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Passione rosè, fenomeno in espansione

05.07.2022

Il fenomeno dei vini rosati non conosce crisi. Quella che dai più era considerata una moda passeggera si sta trasformando in una solida tendenza con una crescita a livello globale negli ultimi 20 anni che ha toccato quota +30%. A cavalcarla soprattutto la Francia, Provenza in testa in termini di volumi prodotti, e da qualche anno anche l’Italia, secondo esportatore al mondo.

La diffusione è avvenuta più rapidamente nei paesi anglosassoni che da tempo li hanno destagionalizzati non relegando i consumi al solo periodo estivo, ma la loro attrattività in ascesa ha influenzato anche le scelte dei tessuti produttivi vitivinicoli più sensibili alle dinamiche di mercato, con quello italiano che punta sempre più sulla categoria, ne è un esempio la decisione del Consorzio del Prosecco di modificare il disciplinare introducendo nel novembre del 2020 anche una versione Rosé Doc.

Si tratta ancora di una fetta minima del mercato nostrano, meno del 10% dei consumi nazionali compresi gli sparkling, e di una piccola percentuale del nostro export, con quattro regioni, Veneto, Lombardia, Emilia Romagna e Puglia capaci di concentrare il 67% della produzione rosé Dop e Igp, ma il potenziale che il sistema potrebbe esprimere è ben più significativo.

Inizialmente preferiti dalle donne, i pink wines vivono una nuova stagione di rilancio dei consumi, in particolare nella dimensione del fuoricasa, complice un allargamento della platea di appassionati favorita anche dalle ricerche ed approfondimenti che hanno caratterizzato il periodo più critico della pandemia. Stanno conquistando spazi sugli scaffali delle enoteche ed occupando posti nelle wine list dei ristoranti, rispondendo anche al bisogno emergente di vini a più bassa gradazione alcolica.

Il tasso di penetrazione tra gli uomini starebbe crescendo in misura maggiore rispetto alle donne (66 % contro il 61%), probabilmente grazie all’ingresso dei giovani nel segmento. Significativi anche i risultati nella grande distribuzione dove l’incremento nelle vendite a valore segna un +5% contro una media della categoria fermi frizzanti dello +0,9%. (dati Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor).

Ma quali sono le motivazioni alla base di questo indiscutibile successo? Senza dubbio i rosati sono entrati a pieno titolo nella categoria dei prodotti riconducibili al lifestyle, non a caso molte celebrities li hanno spinti come portabandiera delle proprie cantine, dallo Chateau Miraval Rosé di Brad Pitt e, ai tempi, di Angelina Jolie, al Prosecco Rosè della pop star Kylie Minogue.

Prodotti da uve a bacca nera che restano a macerare a contatto con il mosto per un arco temporale più o meno breve, i rosati esprimono poi uno spettro di alternative molto ampio, frutto dei vitigni utilizzati, delle filosofie di vinificazione e dell’eventuale invecchiamento.

Sono molte le differenze in termini sensoriali tra un’etichetta e l’altra, dalla nuance dei colori che variano dal rosa molto scarico (detto anche buccia di cipolla) al quasi rosso, ai dettagli aromatici e olfattivi. Una eterogeneità che consente innumerevoli abbinamenti in tavola: antipasti, pasta, riso, pesce, carne e formaggi.

Il tutto si traduce in una estrema versatilità delle soluzioni proposte sul mercato, condizione che favorisce realtà come l’Italia caratterizzate da una significativa ricchezza del patrimonio ampelografico.

Le nostre zone classiche di produzione dei rosati, che rappresentano un pezzo della storia enologica del paese, sono Bardolino, Valtènesi, Castel del Monte, Salice Salentino e l’Abruzzo, ma negli ultimi tempi il raggio d’azione si è notevolmente esteso, con la Toscana sempre più impegnata nella vinificazione in rosa, soprattutto del Sangiovese.

Il boom maggiore resta però quello del Prosecco Rosé con 71,5 milioni di bottiglie prodotte lo scorso anno: la sete di bollicine italiane in rosa accomuna i consumatori di tutto il mondo, dagli Stati Uniti, alla Germania, al Regno Unito per arrivare fino in Estremo Oriente e fa superare le polemiche che avevano accompagnato la scelta di utilizzare un vitigno internazionale come il Pinot Nero per colorare la Glera, uva che da disciplinare compone il Prosecco per almeno l’85%.

Il suo successo sarebbe da ricondursi alla percezione di maggior livello qualitativo ed eleganza che i consumatori associano al prodotto facendolo prediligere anche rispetto alla versione tradizionale.

Insomma il trend che ha visto i suoi esordi all’alba del nuovo millennio è tutt’altro che esaurito mostrandosi in continua evoluzione, molto potranno ancora offrire anche i formati alternativi come le lattine e in generale le versioni sparkle che dovrebbero andare ad allargare il mercato dei più giovani. Per questo le cose secondo gli osservatori sono destinate ad andar bene anche in futuro, con le previsioni che per i pink wines parlano di un +70% tra il 2022 e il 2024.

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