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L’eterno successo del Tignanello, vino icona dell’enologia italiana

21.11.2022

Il mondo vitivinicolo vive tempi difficili, ma la storia di icone ai vertici dell’enologia italiana come il Tignanello, oggi al quinto posto della Top 100 di Wine Spectator con l’annata 2019 e riconosciuto dal Liv-ex tra i vini più ricercati dai collezionisti, dimostra quanto sia importante rilanciare e investire su progetti destinati a lasciare il segno, anche quando a dominare è l’incertezza.

Viviamo tempi difficili, il mondo vitivinicolo attraversa una fase complessa, di grandi cambiamenti che creano tensioni e spesso sfiducia tra i produttori. Eppure ci sono esempi del passato che balzano costantemente agli onori della cronaca, ricordando come proprio nei momenti di maggiore difficoltà possano nascere progetti destinati a cambiare la storia del vino e a rinnovare il proprio successo anno dopo anno.

È il caso del Tignanello, vino iconico dell’enologia italiana, frutto dell’intuizione di Niccolò e Piero Antinori, simbolo del Made in Italy che continua a far parlare di sé, ad incontrare l’apprezzamento del pubblico, della critica, dei mercati.

Al quinto posto della Top 100 di Wine Spectator 2022 con l’annata 2019, è anche riconosciuto come tra i più interessanti vini da investimento del Liv-ex, il Mercato secondario dei vini di pregio, dove negli ultimi cinque anni è l’etichetta italiana che si è apprezzata di più, ambita dai collezionisti di tutto il mondo.

Il valore di ogni bottiglia è strettamente correlato all’età, aumentando costantemente con il passare del tempo, con la sola eccezione delle annate 2015 e 2016 che hanno già superato soglie importanti per la loro riconosciuta unicità.

Il Tignanello è una stella che non smette di brillare da quando ha visto la luce, nel lontano 1971, neanche a dirlo in tempo di crisi, quando il boom economico aveva cambiato volto al Paese e la viticoltura Toscana attraversava un periodo buio dovuto alla fine della mezzadria decretata per legge e al rinnovamento degli impianti con cloni geneticamente scadenti. Uno scenario che lasciava spazio ad un decennio di inevitabile decadenza.

Ma cosa ha reso questa etichetta la pietra miliare del vino italiano, simbolo del riscatto di un mondo in crisi anche per una agonia culturale, economica e sociale?

Il Tignanello nasce sì dall’intuizione, dall’osservazione di realtà diverse da quella italiana, da un approccio improntato alla ricerca e alla sperimentazione, ma anche dalla capacità di una famiglia di viticoltori di reagire ad una fase di impasse, circondandosi delle migliori professionalità, mirando agli obiettivi senza tirarsi indietro dall’impiegare tempo e risorse.

“Nei momenti di incerti orizzonti, – scrive Piero Antinori nella prefazione al suo libro “Tignanello. Una storia Toscana” – mai tirare i remi in barca attendendo miracoli o riprese; è invece l’ora di inventare, di rilanciare, di investire.”

Non a caso i nomi che gravitano intorno alla genesi del Tignanello sono quelli di due grandi ispiratori dell’enologia moderna.

Il brillante Giacomo Tachis, con la sua visione di una viticoltura sana e di qualità, l’unica da cui può nascere un grande vino, sintesi di forma e sostanza, e il professore dell’Università di Enologia di Bordeaux Emile Paynaud, anima e cuore pulsante dell’enologia francese, le cui indicazioni furono decisive, portando all’introduzione in fase di lavorazione della fermentazione malolattica e all’utilizzo di barrique per l’invecchiamento, accorciando i tempi ed evitando quindi di ottenere vini figli di un prolungato passaggio in botte grande.

Insieme ai loro insegnamenti quelli di Robert Mondavi, tra i più grandi viticoltori degli Stati Uniti, pioniere della Napa Valley, che invitava i Marchesi Antinori ad un approccio meno tradizionalista, non a caso il Tignanello è considerato il primo vino “moderno”, figlio di un progetto che comprendeva design e marketing, con la sua etichetta disegnata nel 1974 da Silvio Coppola, celebre grafico dell’epoca.

Un vino che nasce nel cuore del Chianti Classico, in un podere sulle morbide colline racchiuse tra le valli della Greve e della Pesa, che si estende per 319 ettari di terreni, con circa 130 ettari vitati.

La Vigna, da cui il vino prende il nome dietro suggerimento di Gino Veronelli, era considerata tra le migliori di quelle di proprietà della famiglia: suoli molto poveri, in prevalenza galestro, una grande pendenza, un’ottima esposizione e un’altitudine tra i 300 e i 400 metri, una resa per ettaro molto bassa, grandi escursioni termiche tra giorno e notte, tutte caratteristiche destinate a sublimare la qualità delle uve.

Una produzione fuori dagli schemi, ossia l’unione del vitigno autoctono Sangiovese con gli internazionali Cabernet Sauvignon e Franc, che segnerà una svolta in un’Italia in cui il vino era ancora un alimento quotidiano e in cui, a differenza della Francia, i casi di eccellenza erano rari, e che gli varrà l’appellativo di vino da tavola, come era accaduto per il padre dei Supertuscan, il Sassicaia, di cui il Tignanello si può considerare primogenito.

In realtà nella versione della prima vendemmia, quella del 1971, era un Chianti realizzato senza le uve bianche e maturava in barrique; fece parlare di sé perché era un vino da tavola che costava molto più delle riserve di Chianti Classico. Con l’attuale uvaggio si presentò solo alla seconda uscita, quattro anni dopo, con la vendemmia 1975, e fu allora che diede il via ad una vera e propria rivoluzione che si estese in tutta la Toscana prima e nel resto di Italia poi.

Una rivoluzione i cui effetti arrivano fino ai nostri giorni a ricordare che i successi si costruiscono anche in tempo di crisi, ricercando e riconoscendo un potenziale e facendone vessillo di una ripartenza economica e culturale.

Cantine Antinori nel Chianti Classico
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